Al MAGI di Pieve di Cento

L’ELEGANZA DA SFOGLIARE. MODA, STILE E FRIVOLEZZE NELLE RIVISTE DELLA BELLE ÉPOQUE

Elegantissime e leggiadre, sfrontate nell’indossare i primi pantaloni, maliziose in lingerie immacolate, ondeggianti nelle gonne a campana, altere sotto enormi cappelli piumati: le dame della Belle Époque, immortali e bellissime, escono dai manifesti, prendono vita tra le pagine di libri e riviste, ammiccano dalle copertine patinate.
Erano già tutte pazze per la moda quelle signore e signorine di città o di paese che, più di un secolo fa, sognavano occasioni mondane e vacanze memorabili sfogliando le pagine delle pubblicazioni di costume o anche specificamente femminili che ormai affollavano le edicole. Lettrici appassionate e sartine, dame d’alto lignaggio e modiste, intellettuali e donne fatali, tutte erano pronte a seguire le frivolezze e i capricci dell’eleganza, e talvolta anche a introdurre nuove idee, divenendo esse stesse icone di stile, come la magnetica marchesa Casati.
In omaggio alla grande mostra dedicata a Boldini e la moda allestita al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, anche il MAGI’900 propone ora al pubblico un’immersione nelle atmosfere di quel periodo, grazie al parziale riallestimento della sezione permanente del museo dedicata alla femminilità della Belle Époque. Attraverso una nuova selezione di illustrazioni – individuate dalla curatrice Valeria Tassinari sfogliando le pagine di una cospicua raccolta di pubblicazioni originali dell’epoca – le bacheche del museo offrono un vero spettacolo di merletti, scarpette, bustini, eccentrici copricapo e abiti fantasiosi; una “sfilata di modelle di carta dall’incarnato d’avorio”, capace di registrare le rapide e incessanti trasformazioni del gusto tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, immortalate da artisti e illustratori di gran classe. Tra gli innumerevoli autori in mostra figurano maestri come lo stesso Boldini e il suo amico Helleu, Toulouse- Lautrec, Willette, Rezniceck, Ehrenberger, Gibson, Bonzagni, Cappiello, mentre tra le bellissime pubblicazioni ricordiamo Le Sourire, Gil Blass, Le Frou Frou, La Vie Parisienne, Fantasio, Le Rire, Jugend, Moderne Kunst, Lustige Blätter e le italiane Margherita, Cordelia, La Domenica del Corriere.
Da non perdere infine, in questo periodo di Carnevale, i fantastici disegni di costumi per i veglioni in maschera, veri voli dell’immaginazione che ancora oggi invitano alla gioia del travestimento.

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Chiesa di San Giovanni

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Sorge sul ciglio dell’argine destro del Panaro a presidio dell’omonimo borgo, ed affiancata dai locali dell’ex convento che ospitava una comunità di francescani, opera dell’ing. Antonio Armanini(1852). Le testimonianze più antiche di un primitivo oratorio dedicato al Battista risalgono attualmente al 1230 e successivamente viene ricordato negli elenchi delle decime imposte da Bonifacio VIII nel 1300. Nel 1574 l’edificio risultava ampliato e dotato di quattro altari. Trasformato nelle linee attuali nel 1758 su progetto degli architetti ferraresi Santini e Benetti per ospitare l’originaria comunità di Agostiniani Scalzi che vi si era insediata(1730), il complesso fu abbandonato all’epoca delle soppressioni napoleoniche. Negli anni 1801-1804 fu adibito a caserma, poi in officina con magazzino. Dopo lavori di restauro, nel 1852, fu riaperto al culto ma di nuovo soppresso nel 1866 per essere destinato a scuole comunali fino al  1927. Il fronte, bipartito da una marcata cornice modanata che risente del linguaggio tardo-barocco, presenta strette specchiature entro le quali si trovano quattro nicchie che ospitavano originariamente quattro statue (ne sono rimaste solo due). A coronamento della parte superiore si trova un timpano sormontato da pinnacoli acroteriali. L’interno della chiesa , a croce latina, ad una sola navata, possiede quattro cappelle laterali e vi si conservano una tela con un “S.Francesco” della scuola del Guercino; un “Crocifisso” in legno scolpito; una statua della “B.V. del Rosario” ed una di “S.Margherita”; nel coro è collocata la grande tela con il “S.Giovanni” nell’atto di battezzare, attribuita a Giacomo Parolini o Francesco Pellegrini; una tela con un “S.Giuseppe da Copertino”. Alla parete laterale orientale sorge il campanile dalla caratteristica cupola a bulbo.
Arch. Andrea Calanca in Percorsi bondenesi

Percorsi bondenesi

Il comprensorio comunale di Bondeno, occupante il settore nord occidentale della provincia di Ferrara, bagnato dalle acque del Po e del Panaro offre, per chi si accinga oggi ad una visita, la possibilità di apprezzare il manifestarsi e lo stratificarsi delle sue valenze artistiche, cultura-li, ambientali e delle tradizioni popolari che maggiormente hanno inciso sulla struttura fisica del territorio attraverso la costante manutenzione e lo sfruttamento delle sue risorse.
Terra di antico popolamento, risalente all’età neolìtica e maggiormente documentato per il periodo romano, testimoniato dai numerosi reperti archeologici raccolti fin dal secolo scorso, è appartenuta in seguito al monastero di Nonantola che vi iniziò l’opera di bonifica. Passato al potere della contessa Matilde di Canossa, pervenne nella seconda metà del XIII secolo alla famiglia degli Estensi che lo resse fino alla fine del sec.XVI. A cominciare dal XV secolo il territorio di Bondeno fu teatro di una radicale trasformazione che vide il modificarsi della sua struttura prevalentemente valliva, dalla quale le popolazioni medievali seppero trarre vantaggio economico, a suolo coltivabile soggetto alle esigenze di profitto della nuova emergente imprenditorialità terriera. Passato ai papa verso la fine del XVI secolo, divenne linea di confine dello Stato Pontifìcio, Investito dai travagliati periodi dell’occupazione Farnese, dalle guerre di successione e dalla occupazione napoleonica, venne unito al Regno d’Italia nel 1861. Il paese ha dato i natali ad uomini distintisi nelle lettere, nella teologia, nelle arti e nelle scienze come Giovan Battista Riccioli e Teodoro Bonati; quest’ultimo fra i maggiori idraulici del suo tempo ed artefice delle principali trasformazioni idrauliche subite dal territorio bondenese nel XVIII secolo e perpetuatesi nei successivi sulle sue indicazioni. All’occhio critico del visitatore non sfugge il senso della complessa struttura architettonica del paesaggio, che al di la del superficiale giudizio di “piattezza”, si manifesta in tutta la sua eloquente morfologìa, frutto del secolare sforzo collettivo delle generazioni per la manutenzione della funzionalità territoriale. Al grande nemico di sempre, l’acqua, si sono opposti argini sempre più alti che chiudono gli ampi orizzonti delle campagne; con la costruzione delle chiaviche si è regolato il delicatissimo equilibrio dei deflussi; con una fitta rete di fossi e canali si è creata una vera e propria trama di vene ed arterie che si intersecano nel bisogno, apparentemente contraddittorio, di “accogliere” e “scacciare” l’acqua. Tutti questi sforzi sono ben sintetizzati nelle parole espresse da Alberto Penna che nel XVII secolo scriveva, riferendosi al territorio ferrarese “la lunghezza della linea (dei corsi d’acqua) e la tepidezza de costumi cagiona che le campagne che sono con poca caduta difficilmente scolano, e per-ciò è necessario una diligenza straordinaria ed intelligenza del paese”. “Diligenza” ed “intelligenza del paese”; que-sti dunque i connotati umani che maggiormente hanno contribuito alla “costruzione” del territorio di Bondeno ed ai più significativi “segni” della sua antropizzazione. Al lavoro umano, espresso come rapporto fra attività intelletti-va – progettuale ed operativa, è associato il concetto di bene artistico esteso non solo agli oggetti prodotti dall’uomo ma a tutto l’ambiente che lo circonda. A costituire un filtro della cultura popolare ed a coagula-re le espressioni artistiche vi sono le chiese sparse sul territorio e coincidenti con i principali centri abitati periferici Depositarle di un patrimonio che è espressione dell’area culturale coincidente con l’antica diocesi ferrarese e de-gli antichi stati estensi, sono testimoni del prevalere di forme architettoniche riferibili al periodo dal secolo XII ad oggi, passando dalla cultura tardogotica dell’area lombarda, al prevalere delle timide forme barocche e tordo-barocche rimaneggiate nei secoli successivi. Ingente an-che il patrimonio architettonico rurale testimoniato da un ampio panorama tipologico relazionato alle aree cultura-li limitrofe, rappresentativo del fenomeno della civiltà contadina.
Gli ampi spazi delle verdi aree golenali e delle floride campagne, possono essere percorsi apprezzandone il valore botanico e faunistico tipici delle zone umide, palustri e fluviali.

Dalla pubblicazione Bondeno comune Matildico

Riapre la chiesa di San Cristoforo

Ferrara Cantiere Aperto

Passeggiate Culturali nella trasformazione della “Città Pentagona”

Sabato 12 Gennaio ore 15.00

Nell’Addizione Erculea

Dalla Chiesa di San Cristoforo alla Certosa finalmente riaperta al pubblico

al Padiglione d’Arte Contemporanea di Palazzo Massari-Bevilacqua (ingresso euro 2).

Visita guidata nel Rinascimento Estense e ai capolavori di Filippo De Pisis.

Appuntamento e partenza alle ore 15.00 sul sagrato della Chiesa di San Cristoforo alla Certosa.

Domenica 13 Gennaio ore 10.30

La Cattedrale e Ferrara Medioevale

Visita guidata alla Basilica Cattedrale di San Giorgio Martire, ai capolavori del

Museo della Cattedrale (ingresso euro 4) e al quartiere del porto fluviale medioevale.

Appuntamento e partenza alle ore 15.00 sul sagrato della Basilica Cattedrale in Piazza Cattedrale.

Domenica 13 Gennaio ore 15.00

“Alla dolce Patria”

Palazzo dei Diamanti e Filippo De Pisis

Dal Rinascimento al Novecento con lo sguardo rivolto al futuro prossimo.

Proseguono le plurisecolari avventure del più bel Palazzo Estense, cuore dell’Addizione Erculea,

tra il mirabile rinnovamento della Pinacoteca Nazionale, progetti di ampliamento e numerose polemiche.

Visita guidata alla Nuova Pinacoteca Nazionale di Palazzo dei Diamanti

(ingresso adulti euro 6, studenti gratis o ridotto) e ai capolavori di Filippo De Pisis (ingresso ridotto euro 2) conservati dalle Civiche Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea.

Appuntamento e partenza alle ore 15.00 all’ingresso di Palazzo dei Diamanti.

Partecipazione alle visite guidate: adulti euro 7, studenti euro 5.

Itinerari a cura di: Alessandro Gulinati tel. 340-6494998 – email ale.gulinati@gmail.com

Pagina Facebook:Ferrara Cantiere Aperto

 

La fabbrica “dil nevul”

cialdeAlla morte del padre “Ciuldin” la figlia Calzolari Anna detta “Bigeta” eredita il fondino “al sitin” che si trova tuttora di fronte all’Armony Club alla Guattarella. Sempre per successione divenne proprietaria “dal sitin” Calzolari Lazzerina sposata a tale Fabbri Alicandro meglio conosciuto come “Licandar”. Dal matrimonio nascono tre figli: due femmine, Maria ed Assunta, ed un maschio, Francesco che a sua volta si sposa con Roncarati Elvira figlia di “Minghin” (Roncarati Domenico) fattore della signora Farolfi proprietaria del fondo Bevilacqua.
“Licandar” a cui non manca certo lo spirito di iniziativa, coadiuvato dall’intera famiglia, nel primo decennio del ‘900, in un ampio locale della casa “dal sitin” inizia la produzione artigianale di cialde (nevul).
L’attrezzatura è molto semplice: una pressa e una taglierina.
Le cialde, ricavate da un impasto azzimo di acqua e farina, venivano prodotte in tre formati: uno quadralo di cm. 5 x 5; uno tondo con diametro di cm. 5 ed in fine il terzo, sempre tondo ma con il diametro di cm. 3.
I primi due tipi, debitamente confezionati in pacchi, venivano spediti alla Manetti e Roberts di Firenze fornitrice del Servizio Sanità dell’Esercito.
Il terzo, quello di tipo piccolo, era venduto alle parrocchie ed ai conventi.
Gli scarti della lavorazione primaria erano destinati ad arricchire il pastone dei suini ed in minima parte ceduti direttamente ai privati che li acquistavano per la gioia dei loro bambini.
L’attività della piccola impresa artigiana, che era stata intensissima nel periodo 1915 -1918 durante la prima guerra mondiale, entrò in crisi nel periodo successivo per cessare nel 1919 quando “Licandar” con la sua laboriosissima famiglia si trasferì a Bondeno prendendo in gestione il Mulino del Carmine.
Lo stesso “Licandar”, il cui spirito di iniziativa era sicuramente molto spiccato, nel 1924, dopo la parentesi molitoria, aperse, dietro il Palazzo Schiaffino a Bondeno sull’attuale via Cavallotti, un’officina meccanica per la costruzione di attrezzi agricoli fra cui le richiestissime decanapulitrici (zilindar o scavzzadori) necessarie al compimento del circolo produttivo della canapa, in quel tempo coltivazione principale del mondo agricolo dell’Alto Ferrarese.

Marco Dondi

La vecchia fabbrica a Guatarella

Medaglie Estensi

Spazio Crema, mercoledì 28 novembre 2018 ore 17,00

Il repertorio delle monete e delle medaglie con ritratto dei Signori d’Este, opera di artisti insigni del Rinascimento, ci restituisce l’iconografia di marchesi e duchi, insieme ad una efficace narrazione del loro mondo ideale, raffigurato attraverso emblemi, imprese, personificazioni e scene complesse. Danno l’avvio a questa sorta di galleria metallica una serie di medaglie di eccezionale qualità formale, realizzate dal Pisanello per Leonello d’Este tra 1441 e 1444 e dalla Scuola che si sviluppa a Ferrara sotto l’influenza dell’operato del grande maestro. La medaglia, nata con finalità eminentemente celebrativa, riscuote immediato e duraturo successo a Ferrara, come nelle altre corti padane; così negli anni successivi molti grandi medaglisti – tra cui Petrecino, Amadio da Milano, Sperandio Savelli, Pastorino da Siena e Pompeo Leoni – magistralmente esaltano nelle loro composizioni le virtù individuali dei duchi d’Este, idealizzandone anche il ruolo politico.

Durante il ducato estense la moneta si configura pienamente come mezzo di diffusione delle idee, manifestando tramite i suoi tipi i programmi, le inclinazioni, le qualità, di cui il principe vuole fare mostra. La varietà e la ricchezza dei contenuti, la perizia tecnica e l’alto livello artistico degli incisori, contraddistinguono questa fase; tra le massime realizzazioni si ricordano la doppia in oro ed i testoni argentei di Ercole I dominati dalla rappresentazione dei miti erculei, nei quali il duca si identifica con l’omonimo eroe, e le creazioni di Giovanni Antonio Leli, che danno corpo ad episodi delle Sacre Scritture, eletti da Alfonso I a manifesto della sua pietà e devozione.

Questo il tema della conferenza di mercoledì p.v., che vedrà relatrice Teresa Gulinelli, funzionario archeologo numismatico dei Musei Civici di Arte Antica di Ferrara. L’incontro si inserisce in un ricco programma “open art” del progetto “SOGNO O SON DESTE“, di cui Fondazione Carife è partner assieme alle Fondazioni di Modena e Vignola e BPER Banca, e che è stato inaugurato a Ferrara lo scorso 19 ottobre. Grazie a tale iniziativa culturale è ora possibile ammirare la ricomposizone in luce delle decorazioni quattrocentesche che ornavano il cortile d’onore di Casa Romei. Le proiezioni luminose sono attive ogni giovedì, venerdì e sabato, dal tramonto fino alle ore 19,30. Per conoscere di più il progetto “SOGNO O SON DESTE” ed apprezzarne le finalità di valorizzazione e promozione del territorio del c.d. Ducato Estense, visitate il sito www.sognoosondeste.it.

Vi aspettiamo a Spazio Crema, via Cairoli 13, a Ferrara.

 

Per informazioni:
Fondazione Carife
via Cairoli, 13 – Ferrara
tel. 0532-205091
mail info@fondazionecarife.it

L’aeroscalo di Ferrara

DIRIGIBILE V1, CITTÀ DI JESI
Dirigibile semirigido (Verduzio o Veloce) progetto del capitano del genio Rodolfo Verduzio. Aveva una lunghezza di 88 metri con una cubatura di circa 15.000 me. e montava quattro motori Mybach da permettevano di raggiungere una velocità di 85 Km/h. Era dotato di una innovativa sistemazione collegata direttamente alla travatura di sostegno dell’involucro e di un nuovo tipo di piani di >teva trasportare un carico utile di 800 Kg ad una quota di 2.000 metri, con una autonomia di cinque ore.

La missione del Città di Jesi, 5- 6 agosto 1915
Tutto era pronto per la notte del 4 di agosto ma nel tardo pomeriggio Ferrara fu investita da un violento temporale che causò danni alle strutture ed alle attrezzature dell’aeroscalo. Il perdurare del maltempo anche nella notte costrinse poi il comandante Bruno Brivonesi a rimandare l’azione.
Nella serata del 5 agosto le condizioni atmosferiche migliorarono ed era ormai buio quando gli enormi portelli dell’hangar si aprirono sotto il cielo stellato di Ferrara mentre il dirigibile iniziava la manovra d’uscita assistito da due file di marinai. Una volta all’aperto il comandante effettuò tutti i controlli della strumentazione di bordo ed alle ore 21.00, accompagnato dal saluto dei marinai dell’aeroscalo, il Città di Jesi si alzò in volo. Bruno Brivonesi nel suo libro ‘Verso Mauthausen – il dramma del Città di Jesi” racconta: “Alle ore 22.00 ero su Codigoro: uscivo quin-di subito sul mare, navigando sempre verso est guidato dalla bussola. L’aeronave nella notte plenilunare filava veloce verso il suo ed il nostro destino”. Erano le prime missioni di guerra dei dirigibili e sempre Brivonesi così descrive lo stato d’animo dei suoi uomini: “A bordo regnava uno stato sereno ma eccitato e c’era un sapore di avventura che affascinava tutto l’equipaggio. ”
In vista della costa dell’lstria vennero svuotati i serbatoi di zavorra e gettati a mare i sacchi di sabbia sistemati nella navicella, per permettere all’aeronave di far quota. Si era ormai in vista del porto di Pola e delle sue sentinelle, le isole Brioni. Un vento contrario di circa venti chilometri orari fece rallentare l’andatura dell’aeronave che ormai si era stabilizzata ad un’altitudine di 2500 metri, con tendenza a salire. Brivonesi assunto il comando dei timoni diresse all’attacco.
Ogni membro dell’equipaggio raggiunse il proprio posto di combattimento, erano le 23.40. A circa tre chilometri di distanza dalla costa ed a un’altitudine di 2700 metri il fascio di luce di un riflettore investì l’aeronave prima scivolando lungo l’involucro da prua a poppa, poi inquadrandola stabilmente. In poco tempo i fasci di altri proiettori si concentrarono sull’aeronave che continuava la navigazione in un mare di luce, e fu allora che iniziò il fuoco delle artiglierie. La luce accecante, riflessa anche dall’involucro color alluminio, e l’intenso fuoco contraereo impedivano ormai di guidare la navigazione utilizzando dei riferimenti a terra ma, individuata comunque la presenza di numerose opere militari, si pensò che il lancio delle bombe avrebbe avuto ugualmente molte probabilità di riuscire efficace. Intanto un proiettile incendiario penetrò nella gualdrappa del dirigibile, fortunatamente senza provocare incendi alla struttura.
Appena il comandante pensò di essere giunto sopra la terraferma diede ordine di lanciare le bombe e il tenente di vascello De Courten lo fece eseguire, intervallando le salve a colpi di fischio. Conclusa l’operazione l’aeronave iniziò lentamente l’accostata per allontanarsi da Pola che sembrava un vulcano in eruzione, e tornare sul mare aperto. Il Città di Jesi iniziò però ad inclinarsi senza che fosse possibile ripristinarne l’assetto. Terminata l’inversione di rotta l’inclinazione dell’aeronave era talmente accentuata da risultare fuori scala negli strumenti di bordo. Sicuramente doveva essere stata colpita a poppa con conseguente fuoriuscita di gas dagli scompartimenti poppieri. Il tenente di vascello Valerio informò il comandante che l’aeronave, dopo il lancio delle bombe, era salita sino a tremila metri di quota, ma che ora stava iniziando a perdere velocemente quota. Brivonesi constatò che anche il timone verticale era danneggiato cosa che impediva di mantenere la rotta. Si tentò ancora di salvare l’aeronave alleggerendola al massimo, poi Brivonesi ordinò di fermare i motori divenuti ormai inutili. In quel momento cessò il fuoco delle batterie antiaeree. Il nemico era ormai consapevole che il destino dell’aeronave era segnato, e si limitò cosi ad inquadrare il Città di Jesi con i proiettori nella sua rapida discesa. Il comandante, per salvare l’equipaggio, ordinò al personale di bordo di salire nella camera ricavata all’interno della trave di chiglia, pochi istanti prima che l’aeronave urtasse violentemente la superficie del mare, con la conseguente distruzione della navicella. La caduta dai tremila metri di quota durò meno di sette minuti. Per accelerarne l’affondamento con una roncola dal lungo manico venne squarciato in più punti l’involucro mentre la bandiera fu zavorrata e gettata in mare. L’aeronave sprofondava sempre più e l’equipaggio cercava di tenersi a galla aggrappandosi ai suoi resti. Ben presto arrivò sul posto una torpediniera nemica che mise in mare una imbarcazione per recuperare i naufraghi. Ridotti in condizioni pietose furono accolti benevolmente a bordo e subito dopo trasbordati su un grosso motoscafo che si diresse verso Pola. Da quel momento iniziò il calvario della prigionia che portò l’equipaggio del Città di Jesi a Mauthausen.  

Pico Deodato Cavalieri
Nasce a Ferrara il 10 novembre 1873 e fin da giovane mostra interesse per la vita militare, per gli sport equestri, per la scherma e la ginnastica, fondando a Ferrara l’associazione dei Boys Scout.
Nel suo palazzo realizza un laboratorio di chimica, un laboratorio di fotografia, ed un laboratorio di polizia scienti-fica, per la quale materia, egli manifestò un grande interesse fino a diventarne un apprezzato studioso, ed autore di importanti testi.
Prende parte alle grandi manovre del 1903, come ufficiale presso il reggimento di cavalleria di Vicenza, ed a quel-le del 1906,1909,1910, come ufficiale di ordinanza del generale Sartirana.
Nell’ottobre del 1911 parte volontario per la guerra dì Libia, quale ufficiale di ordinanza del generale Capello e viene decorato con la medaglia d’argento.
Il 26 giugno 1913 è promosso capitano di milizia territoriale nell’arma di cavalleria con decreto del re d’Italia. Si arruola volontario allo scoppio della Grande Guerra e viene assegnato al reggimento “Lancieri di Aosta”. Rinuncia ad un posto di capitano automobilista nelle retrovie e subito si distingue in alcune ardite operazioni come quella in cui comandò un plotone del battaglione Squadriglia Aviatori che sotto il fuoco nemico penetrò nei cantieri navali di Monfalcone per recuperare prezioso materiale tecnico per il campo di Aviano e della Comina. Per questa azione, il 18 settembre 1915 riceve un Encomio solenne con la seguente motivazione: “…in una delle località maggiormente battute dal fuoco nemico, I militari del battaglione squadriglia aviatori condotti dal capitano Cavalieri Deodato Pico nonostante l’intenso fuoco d’artiglieria avversario, riuscivano a penetrare in un magazzino ed ha mettere in salvo grandi quantità di importanti materiali. Questo comando nel tributare caloroso encomio a detti militari segnala il loro nome a tutti i dipendenti reparti e perché l’opera loro sia sempre d’esemplo a tutti e sprone a compiere con crescente fede ed ardire il proprio dovere col luminoso miraggio della gloria e della grandezza del Re e della Patria”.
Come molti ufficiali di cavalleria entra nell’arma dell’aeronautica, dapprima come osservatore e mitragliere sui Caproni, poi come pilota, ottenendo nel 1916 due brevetti per pilotare aerei Farman e Caproni. Partecipa a 63 missioni aeree, abbattendo un aereo austriaco e prende parte ai principali raid di bombardamento in territorio nemico, distinguendosi nell’azione contro il silurificio e la fabbrica di torpedini e sottomarini Whitehead a Fiume il 2 I agosto del 1916.
Dall’agosto all’ottobre del 1915 diventa il comandante del campo dell’aviazione militare di Aviano ed ottiene anche altri incarichi di comando presso il campo di aviazione della Comina. •
Viene decorato con una seconda medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Osservatore d’aeroplano, durante un anno di guerra assolse tutti i mandati affidatigli, affrontando spesso violento fuoco di artiglieria,e avverse condizioni atmosferiche a basse quote. Comandante di bordo, trasfuse nell’equipaggio il suo alto sentimento del dovere, la sua audacia, la sua abnegazione, vincendo in alcune circostanze difficoltà non superate da altri. Calmo sicuro di sé, respinse apparecchi nemici, abbattendone uno durante un ‘incursione nelle alte valli di Noi e di Campomulo, e si segnalò particolarmente per l’efficacia del suo bombardamento nell’azione del silurificio di Fiume”. (Trentino – Carsia Giulia – agosto 1915, agosto 1916).
L’ultimo atto della sua avventurosa esistenza il cui motto recita “in alto nella vita in alto nella morte si ha nel pomeriggio di venerdì 4 gennaio 1917, quando partendo dal campo di volo di Sesto Calende, mentre coll’ idrovolante presso Arona sul Lago Maggiore assieme all’amico e pilota Mario Reynold, precipita per un guasto meccanico e perde la vita nelle acque del lago.
il suo funerale fu solenne e venne sepolto nel cimitero ebraico di Ferrara., donò al Comune di Ferrara il palazzo di Corso Giovecca perché diventasse museo del Risorgimento; in seguito, e lo è tuttora, viene utilizzato come sede delle associazioni combattentistiche col nome di “Casa della Patria – Pico Cavalieri’.

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Cerimoniale della Vittoria

Tra gli avvenimenti in programma, anche la presentazione il 4 novembre (nel pomeriggio della festa, alla sala 2000) del libro di Bracciano Lodi ed Edmo Mori. I quali hanno contestualizzato l’epoca del conflitto a Bondeno, nel libro: “1918-2018. Cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale: Bondeno ricorda i primi vent’anni del ‘900” . Colmando così un ulteriore tassello della storia del territorio, in una pubblicazione voluta dal Comune e nella quale ha curato una prefazione lo stesso sindaco Bergamini. Gli avvenimenti di contorno alla grande cerimonia del 4 novembre (Giornata delle Forze Armate) sono molteplici: la mostra sull’Aeroscalo-dirigibili di Ferrara (il 26 ottobre, ore 20,30, alla Società Operaia); le esposizioni di hobbistica (in ricordo di Fabrizio Borsari originario di Bondeno) inaugurate in pinacoteca, il 27 ottobre (ore 16) incentrate sul modellismo navale. Quindi, il 28 ottobre, i cori Val Padana di Casumaro, Amici del Bosco di Sant’Agostino e Gian Carlo Scagliarini di Vigarano rievocheranno i canti della Grande Guerra, alla sala 2000 (ore 20,30). Anche i monumenti ai Caduti del territorio, per l’occasione, sono stati riportati agli antichi splendori da un’eccezionale opera di manutenzione, da parte di Roberta Baruffaldi (già restauratrice del duomo) al termine di un’operazione finanziata dal Comune. Nell’atrio del municipio verrà inaugurata una riproposizione di una trincea bellica.

http://comunebondenofe.it/2419-cerimoniale-della-vittoria

Festival del ciclista lento

Festival del Ciclista Lento

26, 27, 28 ottobre 2018

Ferrara, Argenta, Voghiera
A Ferrara un raduno di gente che ama andare piano. Insieme si creerà una straordinaria comunità a pedali affratellata dalla lentezza. Beati gli ultimi, che la vita sanno godèr!
Programma
Durante il pomeriggio del 26 ottobre, avrà luogo un incontro con importanti personaggi di rilievo nazionale del panorama culturale, economico e politico. Sarà affrontato il tema della bike economy, al centro degli interventi: gli eventi agonistici di promozione del territorio, le attività economiche legate alla crescita del cicloturismo e il ruolo delle istituzioni pubbliche per incentivare la mobilità urbana in bicicletta.

A seguire, una due giorni ricca di appuntamenti! Sabato “La Pedalata più lenta del mondo: 5 km in 5 ore” con pit stop enogastronomici e un tour tra arte e natura nella bellissima città estense.

Nel corso del pomeriggio, alle ore 15:00, l’incontro è fissato al Velodromo “Fausto Coppi”, dove avrà luogo una sfida di lentezza dal titolo “Record dell’ora… alla rovescia”. Gli assi che hanno fatto la storia del ciclismo correndo a folle velocità ritorneranno alle competizioni per tentare di registrare un nuovo record: il ciclista che in un’ora percorrerà meno pista.

In serata la festa continua, alle ore 21:00, con il “Gran Galà del Ciclista Lento” con ospiti di rilievo nazionale ed esibizioni musicali, giochi, interviste e premiazioni di personalità del mondo legato alla bicicletta: lo show delle Maglie Nere del Giro d’Italia. Conducono Marco Pastonesi e Guido Foddis, con la band a pedali della Repubblica delle Biciclette. Ospite d’onore Giuseppe Fonzi, Maglia Nera del Giro d’Italia 2018.

La domenica mattina 28 ottobre, si svolgerà la manifestazione non agonistica “Gravel del Ciclista Lento” partirà dalla città di Argenta, percorrerà le strade bianche che si dipanano nell’oasi naturalistica di Campotto, raggiungerà la Delizia estense del Verginese e si concluderà nella Delizia di Benvignante a Voghiera. In questa location suggestiva avrà luogo la festa finale del “Festival del Ciclista Lento” con un rinfresco a buffet e uno spettacolo di chiusura offerto a tutti i partecipanti.

Info: info@ciclistalento.it

 

Url dell’evento
https://www.ciclistalento.it/