Ignoratelo pure

Succede così. Si trova un farmaco che funziona, ma non è contemplato dai famigerati “protocolli”, concepiti non per adeguarsi ai singoli casi dei pazienti, ma alle tasche degli azionisti di Big Pharma, oltre che ad altri scopi inenarrabili.  Allora il medico o i medici di turno che decidono di andare avanti lavorando “in scienza e coscienza” secondo il principio di Ippocrate del primum non nuocere, vengono silenziati e stalkizzati, questa volta persino se a mettersi a difenderlo c’è niente pò pò di meno che un ex Ministro della Salute francese.

 

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2020/06/24/clorochina-il-re-e-nudo-per-chi-vuole-intendere-intenda-una-volta-per-tutte/

Mascherine

Pensavamo che chi guida il Paese avesse contezza del costo del lavoro italiano e quanto di questo sia legato e utile al sostegno del welfare nazionale. Invece l’imposizione del prezzo fissata dal Commissario Arcuri è lì a dimostrare che non si sa di cosa si stia parlando. Il prezzo delle mascherine alla produzione, fissato a 0,50 centesimi è uno schiaffo, se non un’offesa, alle imprese che si sono impegnate in questa direzione”.

Non è difficile fare i calcoli: soltanto il costo della certificazione si aggira attorno ai 10.000 euro (e per fortuna che il Comune di Carpi, attraverso Carpi Fashion System, ha deliberato contributi sino a 7.000 euro per sostenete le imprese in questo ambito). Poi ci sono i dipendenti, il costo di produzione (in gran parte, in assenza di macchinari, queste mascherine debbono essere fatte a mano, i costi fissi. “In altre parole, il prezzo di produzione di 0,38 euro a mascherina non si avvicina nemmeno ai costi di produzione. Peraltro, facendo passare da usuraie imprese che, cercando di riqualificarsi hanno evitato di ricorrere alla cassa integrazione e di pesare sulle spalle della comunità”.

“Se si vuole che le imprese nazionali continuino a produrre mascherine, evitando le prevedibili difficoltà di approvvigionamenti, ci aspettiamo che il differenziale tra il prezzo imposto, 0,50 cent, e quello effettivo di produzione “Made in Italy” venga messo a disposizione delle imprese”, afferma Gasparini.

Senza dimenticare il problema di coloro che hanno acquistato mascherine a prezzi superiori, in molti casi molto superiore, e che ora non li possono rivendere. A questi ultimi si pensi ad un credito d’imposta tra il prezzo imposto e quello effettivamente pagato.
CNA è assolutamente consapevole della necessità di andare incontro alle esigenze della popolazione e di trovare modalità per non gravare eccessivamente sui bilanci familiari così come su quelli delle imprese che dovranno acquistare mascherine per i loro dipendenti. Vi sono diverse modalità per raggiungere questo risultato, oltre all’abbattimento dell’IVA, si possono prevedere crediti d’imposta per il costo del personale e gli investimenti dedicati dalle imprese per realizzare le mascherine.

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Tamponi

Ora dietro questo non esiste alcun complotto o alcun errore: il tampone è stato messo a punto in Cina proprio per fornire la minima possibilità di falsi negativi, ovvero per essere uno strumento per lo studio epidemiologico di massa in grado di selezionare non chi fosse venuto a contatto col virus cosa che presenta i problemi che ho spiegato in precedenza, ma di  escludere coloro che con ragionevole certezza non erano venuti a contatto con l’agente patogeno in modo da permettere un maggiore contenimento in zone ristrette o comunque studiare meglio le dinamiche di diffusione. Tutti noi sappiamo che i metodi per escludere o includere qualcosa in un insieme sono molto differenti a seconda degli scopi che vogliamo raggiungere e dunque che il tampone fornisse l’80% di falsi positivi non era importante per i fini che si prefiggeva

Stamponiamoci

Nel frattempo Conte ne ha ordinati 4 milioni e mezzo…

Ma allora bastava Salvini…

Con il suo genuino e schietto candore il Bonaccini che vuole più autonomia nei settori della scuola e dell’università, dell’energia, delle grandi infrastrutture, dei beni ambientali e culturali,  delle casse di risparmio e delle ferrovie locali, e non ultimo, della sanità, viste le performance in corso, si propone come icona rappresentativa, a testimonianza vivente e emblematica  del fatto che destra e riformisti sono ugualmente e entusiasticamente al servizio dell’ideologia liberista.

Non a caso ho scritto “riformisti”, avrei potuto scrivere progressisti, insomma impiegando una di quelle definizioni che hanno perso ancora più senso del termine “sinistra”, ormai obsoleto e inadeguato se lo usano ancora come improperio o minaccia Berlusconi a Nizza, Feltri alla consona toilette, Mentana rimpiangendo l’Esule, i fedeli incrollabili dell’Europa che giurano in nome dell’oblio delle carte costituzionali troppo condizionate dalle lotte di liberazione nazionali. Che ormai concordano nel ritenere che Sanders o quelli di Podemos, Mélenchon o Corbyn  siano pericolosi sovversivi né più né meno dei lontani congressisti di Bad Godesberg.

Così il diplomato, che vanta nel suo scarno curriculum solo esperienze professionali di funzionario senza Frattocchie presto promosso a carriere elettive, va a ricoprire il prestigioso incarico di interprete  (in compagnia della sua “Coraggiosa” vicepresidente sempre audacemente allineata sulla secessione, sulle trivelle) di quello che è stato chiamato il neoliberismo progressista, feroce quanto quello bancario, finanziario, poliziesco, con in più l’amaro sapore del tradimento di ceti già penalizzati nei livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, mobilità sociale e fisica, istruzione e cultura, che sarebbe diventato lecito disprezzare, opprimere.

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/19/lex-compagno-malaccini/

Ghost town

Hanno appena detto per TV che ci muoviamo troppo!

Quello che vedete sopra è Borgo San Giovanni, dove nel 1957 (epidemia diAsiatica) c’erano un bar, una macelleria, un fruttivendolo, una merceria, un deposito di biciclette, un sarto, un negozio di alimentari, una tabaccheria, uno di macchine da cucire, un barbiere.

Chi ha deciso che tutto questo dovesse sparire per lasciare posto alla grande distribuzione (adesso anche online)?

 

Una prodigiosa densità industriale

 Vorrei solo che i miei lettori meridionali “sentissero”  la densità, e la qualità,  di opifici concentrati su quel territorio ora chiuso: da  enti e ministri che, essendo meridionali, abituati al deserto economico del Sud – che inevitabilmente è anche un deserto di conoscenza, di ingegno, di responsabilità  verso gli altri , senza loro colpa non ne hanno un’idea.  I  5 Stelle e  loro elettorato,  che chiamano gli imprenditori “prenditori” perché conoscono  solo quel tipo  di imprese: appalti e subappalti in opere pubbliche, strade da asfaltare e commesse del Comune e della Regione. Adesso  possono utilmente imparare che le loro concezioni sono antiquatissime e arretrate, che avendo  saltato non una, ma due o tre rivoluzioni industriali – e non hanno la minima nozione di cosa sia la “tela bachelizzata”, la vetronite melaminica, o cosa sia “l’imbutitura profonda in acciaio e l’elettro-erosione” .

Anche io non so  cosa siano questi prodotti e processi: ma ho grande rispetto per loro e  chi li ha progettati, inventati  su richiesta di clienti sofisticati, e delle mani sapienti  dei lavoratori lombardi che oggi – col loro direttore generale  – vogliono  tornare in fabbrica, almeno in 60, perché lo chiedono le Case estere con urgenza, essendo  quei prodotti difficili da sostituire.

Mi basterebbe che le Regioni meridionali, che per il coronavirus a Casalpusterlengo hanno chiuso le  scuole (quasi non aspettassero altro) e i ben sei comuni di Ischia che vogliono vietare lo sbarco di lombardi e veneti, avessero rispetto,  di gente che – in fondo – con quel che esporta gli sta pagando la benzina,  il gas,  lo smartphone, il reddito di cittadinanza. Che ogni italiano del Sud  sentisse il valore di questa ricchezza operosa come parte della patria.

Però ho una sensazione: che qui  siano ormai in causa due tipi antropologicamente diversi di italiano, e  che  la crisi economica romperà tragicamente questo paese che non ha mai conosciuto una vera comunità di destino. 

L’articolo DALLA ZONA ROSSA: GRIDANO PER LAVORARE proviene da Blondet & Friends.

Concessioni autostradali

La Provincia di Modena incasserà dalla società Autobrennero oltre due milioni e 700 mila euro dalla distribuzione di una quota della riserva straordinaria, approvata nei giorni scorsi dall’assemblea dei soci, su proposta del Consiglio d’amministrazione.

«Si tratta di risorse – sottolinea Gian Domenico Tomei, presidente della Provincia di Modena – che si aggiungono al milione e 400 mila euro già incassati quest’anno dai dividendi della società. Questi fondi andranno a finanziare il nostro piano investimenti, in particolare sulla rete viaria provinciale, dove già dal prossimo anno sono previste risorse per oltre 27 milioni di euro provenienti dal bilancio 2020 della Provincia presentato di recente»

La distribuzione della riserva di Autobrennero è pari a 42 euro per azione con la Provincia di Modena che detiene una quota del 4,24 per cento pari a 65.068 azioni, «una partecipazione strategica – commenta Tomei, visto che la società partecipa a progetti infrastrutturali fondamentali per il territorio e l’economia modenesi come la bretella Campogalliano-Sassuolo e la Cispadana».

Il valore complessivo della distribuzione ai soci di parte della riserva supera i 64 milioni di euro complessivi.

«Nei prossimi mesi – commenta Tomei – ci auguriamo che si concluda positivamente la vicenda dell’accordo per la gestione pubblica dell’Autostrada del Brennero che prevede, tra l’altro, le risorse necessarie per gli investimenti, compresi 100 milioni di euro per la Cispadana, le opere di miglioramento dell’asse autostradale come la terza corsia nel tratto Campogalliano-Verona e le risorse, pari a 800 milioni di euro, per la viabilità di accesso nei territori attraversati dall’autostrada, di cui 60 milioni per la viabilità provinciale modenese».

 

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Repair cafè

Repair cafè: la risposta fai da te contro consumismo e obsolescenza

Posted: 17 Sep 2019 03:57 AM PDT

Marco Cedolin

Il consumismo, nato nel Dopoguerra e diventato successivamente sempre più parte integrante della nostra vita, fino a raggiungere il proprio acme nel corso dei primi decenni del nuovo secolo, nel corso dei quali lo shopping compulsivo e l’obsolescenza programmata risultano essere pratiche sempre più comuni, ha radicalmente cambiato il rapporto dell’uomo con gli oggetti di cui si circonda.
Se fino agli anni 80 del secolo scorso si tentava di riparare la maggior parte degli oggetti di uso comune quando si rompevano o cessavano di funzionare, nei 40 anni seguenti questa pratica è diventata sempre meno diffusa, sostituita dall’abitudine dell’usa e getta anche in riferimento a beni abitualmente considerati durevoli….

Sono scomparse nel nulla migliaia di attività commerciali che operavano in un settore come quello delle piccole riparazioni ormai praticamente azzerato. Riparatori di elettrodomestici, calzolai, sartorie, orologiai, materassai, arrotini e molte altre professioni sono in breve tempo diventati anacronistici come dinosauri del Pleistocene. La durata nel tempo degli oggetti che usiamo si è progressivamente accorciata e sempre più spesso quando essi si “guastano” scegliamo di sostituirli, senza prendere neppure in considerazione l’opzione di ripararli.
Le ragioni che hanno innescato questo cambiamento di paradigma sono molteplici, ma volendo semplificare possiamo ricondurle a due elementi di base che risultano essere parte integrante del “progresso”. Da un lato l’industria dopo avere incrementato per decenni i propri fatturati semplicemente immettendo nel mercato nuovi prodotti che la popolazione non possedeva si è trovata nell’impossibilità di mantenere i ritmi d’incremento preesistenti con il solo ausilio dell’innovazione.

Alla fine degli anni 80 praticamente in ogni casa erano presenti il frigorifero, l’aspirapolvere, la lavatrice, la TV, una miriade di piccoli elettrodomestici, un guardaroba e una scarpiera adeguatamente forniti e via discorrendo. E trattandosi in linea di massima di beni costruiti con lo scopo di durare nel tempo, confidando esclusivamente sul fascino della moda e dell’innovazione i volumi delle vendite (e della produzione) sarebbero stati giocoforza destinati a calare corposamente rispetto ai decenni precedenti.
Proprio nel tentativo di risolvere questo problema, industrialmente drammatico, ha iniziato a diffondersi la pratica dell’obsolescenza programmata, favorita dal fatto che per motivi di carattere economico e duttilità progettuale la plastica stava sostituendo i materiali più nobili in ogni circostanza in cui fosse possibile farlo.
La vita dei prodotti avrebbe insomma dovuto calare drasticamente, facendo sì che i consumatori si trovassero costretti a sostituirli molto più frequentemente, permettendo in questo modo di mantenere e magari incrementare i volumi di produzione e vendita dei decenni precedenti. Ma per ottenere questo risultato non era sufficiente produrre oggetti che si rompessero prima, dal momento che avrebbero sempre potuto venire riparati. Occorreva anche rendere più difficile e antieconomica la riparazione, progettandoli con lo scopo di essere difficilmente riparabili e facendo contemporaneamente scendere in maniera drastica il prezzo dei prodotti nuovi, facilitati in questo dall’uso sempre più smodato dei materiali plastici e dalla diminuzione di qualità dei prodotti stessi.

Oggi, ragionando a posteriori si può affermare senza tema di smentita come l’operazione sia perfettamente riuscita. Quasi nessuno di noi si sognerebbe di portare a riparare il frullatore o il microonde rotto, la sveglia, la radio, il phon, la stufetta, che non funzionano più, il computer o il cellulare (ormai obsoleti tecnologicamente) che hanno tirato l’ultimo respiro, di fare risuolare le scarpe consunte o fare riparare i calzoni strappati. Nei centri cittadini sono nati piccoli negozietti (generalmente gestiti da cinesi) dove si sostituiscono gli schermi rotti degli smartphone di ultima generazione e altri all’interno dei quali si praticano riparazioni sartoriali, ma si tratta di nicchie di mercato tutto sommato ininfluenti. Esistono ancora per quanto riguarda gli elettrodomestici più importanti come lavatrici, televisori, frigoriferi ecc. i centri di riparazione (legati o meno alla casa produttrice) e i tecnici che operano a domicilio, ma se i prodotti non sono più in garanzia, la maggior parte delle volte risulta economicamente più conveniente sostituire l’apparecchio con uno di ultima generazione, anziché spendere quasi la stessa cifra per riparare quello obsoleto in nostro possesso che potrebbe dopo breve tempo presentare altri problemi.
Insomma si ripara sempre meno e si sostituisce sempre di più, garantendo all’industria e al mercato quell’ossigeno di cui avevano disperatamente bisogno e fin qui nulla di grave (verrebbe da dire) dal momento che anche i posti di lavoro e l’occupazione sono legati a doppio filo a quello stesso ossigeno.

Esiste però anche un rovescio della medaglia, perché il cambio di paradigma in questione determina anche un incremento ecologicamente disastroso della massa di rifiuti, destinata a finire nelle discariche o nei forni inceneritori, e un altrettanto grave incremento del consumo delle risorse del pianeta che, contrariamente a quanto instillato nell’immaginario collettivo, non risultano esistere in quantità infinita.
Proprio prendendo coscienza di questa realtà alcune persone di “buona volontà”, più sensibili degli altri al problema, si stanno prodigando nel nobile tentativo di costruire delle alternative alla filosofia dell’usa e getta e lo fanno con i pochi mezzi a loro disposizione. Fra le numerose iniziative indirizzate in questo senso, quella più ricca di fascino e anche un poco poetica è costituita senza dubbio dai Repair Cafè, piccoli locali all’interno dei quali professionisti, volontari e appassionati del fai da te, riparano gli oggetti più svariati, mentre il “cliente” nell’attesa può sorseggiare un caffè o un tè o meglio ancora collaborare con il riparatore, acquisendo magari la capacità di provvedere autonomamente alla riparazione in futuro. Il costo è costituito da una donazione su base volontaria e l’acquisto degli eventuali pezzi di ricambio è naturalmente di competenza del cliente stesso. In tutto il mondo ne esistono quasi 2000 ed in Italia attualmente sono 16:

Dagli elettrodomestici alla sartoria, dalle biciclette agli apparecchi informatici, ogni oggetto rotto, guasto, mal-funzionante che sia trasportabile può trovare la possibilità di una seconda vita in un Repair cafè che si propone come luogo di scambio umano oltreché di conoscenze. Una realtà che è punto di riferimento per il quartiere come di un piccolo centro, una storia differente che vale la pena essere raccontata e diffusa.

Se iniziative come queste possono da un lato venire interpretate come esercizi poetici esperiti da nostalgici di un mondo che non esiste più, dall’altro rappresentano invece un elemento di novità estremamente significativo, a prescindere da quanto poco possano attualmente influire in volumi economici. Dimostrano infatti come la filosofia dell’usa e getta non sia qualcosa d’irreversibile, ma al contrario esistano anche altre strade, sicuramente più gratificanti, per la salute del pianeta in cui viviamo e anche per la nostra creatività, troppo spesso tenuta in soffitta in un mondo usa e getta che ci sta snaturando sempre più in profondità.

Fonte: Dolcevita online

Export in ER

L’Emilia-Romagna si conferma come la seconda regione per quota dell’export nazionale (14,0 per cento), preceduta dalla Lombardia (26,9 per cento) e seguita dal Veneto (13,7 per cento) e dal Piemonte (10,0 per cento). Considerando queste regioni, nel primo trimestre dell’anno solo le esportazioni del Veneto sono aumentate (+1,4 per cento), mentre segnano un arretramento quelle della Lombardia (-1,6 per cento) e del Piemonte (-3,6 per cento).

I settori. Il risultato regionale è da attribuire principalmente all’importante industria dei macchinari e delle apparecchiature, che ha realizzato il 27,6 per cento delle esportazioni regionali, anche se con un aumento delle vendite contenuto al 4,1 per cento. Gli altri contributi più rilevanti sono stati quelli forniti dall’industria dei mezzi di trasporto (+8,4 per cento) e dall’altra manifattura (+28,9 per cento), da attribuire a un export decuplicato di prodotti del tabacco. Seguono gli apporti della metallurgia e dei prodotti in metallo e della chimica, farmaceutica, gomma e materie plastiche (+7,5 per cento per entrambe le industrie). Fermo l’export per le industrie della ceramica e vetro e dell’elettricità e elettronica. Segno rosso per l’industria del legno.

Le destinazioni. Nel primo trimestre l’andamento positivo si è fondato nuovamente sulla capacità di cogliere risultati positivi sui mercati europei (+4,2 per cento) e in particolare dell’Unione (+5,3 per cento), e di sfruttare una buona ripresa su quelli asiatici (+12,8 per cento) a fronte di una crescita minima su quelli americani (+1,5 per cento). Sui singoli Paesi si segnalano la forte crescita sul mercato del Regno Unito (+19,6 per cento), che ha assorbito il 7,5 per cento dell’export regionale, in anticipazione della Brexit, e l’ampia accelerazione delle vendite in Cina (+22,5 per cento). Al contrario continuano a crollare quelle verso la Turchia (-34,2 per cento).

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