Occhiobello a Bruxelles

L’occasione sarà una tavola rotonda organizzata da PAN Europe in collaborazione con gli eurodeputati Nicola Caputo (commissione Ambiente),Eric Andrieu e Pavel Poc (commissione Pesticidi) per discutere di politiche europee, strategie locali e prospettive future.

Il Comune di Occhiobello, unica municipalità italiana invitata a parlare, aprirà la sessione sulle strategie locali e le buone pratiche dai Comuni europei.

La sostenibilità ambientale è un concetto ampio che Occhiobello ha cercato di rendere pratica quotidiana da diverso tempo. Il Comune, infatti, da tre anni ha concretizzato una progressiva riduzione nell’uso dei pesticidi nelle aree pubbliche introducendo anche un regolamento che disciplina l’uso di fitosanitari nelle aree private ed extra agricole.

Il diserbo del verde pubblico è oggi del tutto ecologico: diserbo a vapore, pirodiserbo e diserbo meccanico sono le tecniche che hanno sostituito l’utilizzo della chimica consentendo di eliminare completamente prodotti diserbanti e fitosanitari. Non solo, ispirandosi ai principi di Agenda Onu 2030 sullo sviluppo sostenibile, Occhiobello guarda all’ambiente ma anche all’inclusione sociale e alla crescita economica inserendo persone disoccupate e disagiate nelle attività di diserbo meccanico.

Sempre in sintonia con gli obiettivi della sostenibilità, gli atti e le scelte amministrative sono andati di pari passo con l’impegno nel diffondere una coscienza ambientale fra i cittadini, coinvolti direttamente nella prevenzione domestica contro le zanzare. Una ‘lotta biologica’ ex ante in linea con la pluridecennale lotta integrata già avviata a cui si accompagna una pratica affidata al cittadino: a ciascun nucleo familiare è stato consegnato un prodotto polidimetilsiloxano, che consiste in un preparato liquido a base di silicone ecocompatibile da inserire nei tombini e nei sottovasi per impedire la proliferazione delle zanzare.

Una rivoluzione che ha dato i suoi frutti soprattutto in termini di partecipazione della cittadinanza, resa maggiormente responsabile e cosciente che la sostenibilità è un valore che si sviluppa a qualsiasi livello. I cittadini si sono fatti attenti osservatori dell’ambiente circostante contribuendo a segnalare focolai di infestazione su cui i tecnici comunali hanno potuto agire tempestivamente.

La strategia preventiva contro la proliferazione delle zanzare ha compreso una mappatura e una classificazione del territorio per considerare il reale rischio di proliferazione (presenza di orti, vegetazione, tombini, ecc). Da maggio a settembre, inoltre, viene effettuato un monitoraggio sulla presenza della zanzare tramite 23 ovitrappole e tre trappole per la cattura tramite CO2 che hanno un valore predittivo sullo sviluppo di possibili infestazioni.

Il 27 settembre a Bruxelles, dunque, per voce del vicesindaco Davide Diegoli, Occhiobello presenterà un ampio percorso di politiche ambientali che stanno contribuendo a modificare l’approccio e le abitudini degli abitanti verso una pratica quotidiana di rispetto per un bene comune come l’ambiente.

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Discarica di Finale E.

FINALE EMILIA – Pochi giorni fa la notizia della lettera che i consiglieri regionali Fabbri (Lega) e Gibertoni (M5S) hanno inviato ai ministri dell’ambiente e della salute in merito alla questione della discarica. Lettera che aveva incassato l’ok dell’Osservatorio civico “Ora tocca a noi”.

Proprio l’Osservatorio, però, fa notare in un comunicato come a distanza ormai di qualche giorno nessun esponente della Lega o del M5S di Finale si sia espresso in merito all’iniziativa dei due consiglieri e così scrive in una nota:

A pochi giorni dalla pubblicazione dell’articolo, apparso sulla stampa regionale, che rende pubblica l’iniziativa e la trait d’union Fabbri-Gibertoni sullo scellerato ampliamento di una discarica sotto inchiesta lascia basiti e perplessi il silenzio degli esponenti della Lega e del Movimento 5 Stelle di Finale Emilia!

Chi si aspettava il loro plauso e bene placet sta ancora aspettando!!! Perché?

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Luglio tropicale

“Il mese di luglio 2018 – commenta il meteorologo Luca Lombroso di Unimore – conferma che stiamo vivendo una “nuova normalità” che ci fa percepire come freschi i mesi che nel XX secolo sarebbero stati considerati caldi”.

La particolarità di quest’anno risiede, a differenza dello scorso anno, non tanto in ondate di caldo estreme quanto nel costante collocarsi dei valori di temperature massime e, soprattutto, di quelle minime sopra la media, nonostante i numerosi temporali. Il pluviometro ha raccolto, infatti, durante il mese 64.9 mm di piogge, il 76% in più dei 37.2 mm medi mensili attesi dalla meteorologia ufficiale. Complessivamente sono stati 10 i giorni con precipitazioni misurabili, il doppio della media. “Un mese dunque – aggiunge Luca Lombroso – che possiamo definire “caldo e temporalesco”, condizione tipica più dei climi tropicali che di quello mediterraneo”.

Nelle altre stazioni dell’Osservatorio, si sono riscontrate situazioni simili: con 25.9°C di temperatura media e 70.3 mm di pioggia in 8 giorni di pioggia a Reggio Emilia; identica la temperatura media a Modena presso il Campus di Ingegneria, nella periferia cittadina, anche se qui, a seguito di due violenti temporali localizzati, l’entità delle piogge mensili è risultata addirittura di 131.6 mm in 10 giorni “bagnati” da acquazzoni.

Una conferma, a titolo di curiosità, di quanto il mese sia stato “tropicale”, viene dal confronto coi dati della stazione sperimentale meteo “Karen” del progetto CLIMBIO, in Costa Rica, gestita dallo stesso Osservatorio, dove la temperatura media è stata di 25.4°C e, pertanto, più temperata rispetto a quella di Modena e di Reggio Emilia.

La temperatura massima di luglio a Modena è stata toccata il 31 luglio in Piazza Roma con 35.8°C, mentre al Campus di Ingegneria si è arrivati a 36.4°C lo stesso giorno. A Reggio Emilia la punta massima è stata di 36.7°C sempre il 31 luglio. Per Modena Campus e Reggio Emilia è questo ancora oggi il “giorno più caldo del 2018”, mentre in Osservatorio la massima dell’anno è stata ritoccata il 1° agosto con il termometro che ha raggiunto i 36°C.  “Si tratta di valori certo caldi – riflette l’esperto Luca Lombroso – ma non estremi e tanto meno da record come nel 2017, con i 38.4°C dell’Osservatorio, 40.1°C a Modena Campus e addirittura 40.3°C a Reggio Emilia”.

Previsioni. Al momento si può ipotizzare che non andremo oltre il record annuale di giorno più caldo. I prossimi giorni, infatti, saranno ancora caldi, ma con termometri che, nel modenese e nel reggiano, non andranno oltre i 32-33°C. “Questo – spiega Luca Lombroso di Unimore – perché da un lato non è presente in pieno l’anticiclone africano e dall’altro torneranno, sempre in modo molto irregolare e locale, alcuni temporali pomeridiani che potrebbero colpire ovunque in maniera repentina e casuale, prima lungo l’Appennino quindi in sconfinamento in alcune, limitate, zone di pianura”. Si tratterà di fenomeni che si dissolveranno a sera, e anche le mattinate saranno in genere buone e soleggiate. La situazione sarà più stabile nel fine settimana, che si preannuncia con caratteristiche estive, mentre uno sguardo verso ferragosto indica un possibile passaggio di un fronte freddo temporalesco più organizzato, che potrebbe attenuare la calura ma che non appare corrispondere alla “burrasca di fine estate”. Insomma, l’estate non sta finendo secondo gli esperti dell’Osservatorio Geofisico universitario di Unimore.

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Cimitero agibile a settembre

La parte gentilizia del cimitero è quasi completata. Martedì 10 luglio, il cimitero è stato meta di un sopralluogo anche da parte dell’architetto Gabriele Pivari della Sovrintendenza, venuto ad accertarsi che le rifiniture che verranno apportate siano pienamente in sintonia con quelle che dovranno essere le linee di completo restauro di un’opera monumentale tra le più importanti del territorio. «Il sopralluogo che è stato compiuto – avverte il sindaco, Fabio Bergamini – è stato funzionale alla verifica dei tempi di pieno recupero e consolidamento della struttura. E’ nostra intenzione restituire la parte gentilizia del cimitero, nella sua piena fruibilità e sicurezza, entro la metà di settembre. Anche se ci sarà comunque un secondo lotto di interventi che riguarderà un’altra porzione del campo santo del capoluogo». Un cimitero tra i più vasti in assoluto della provincia. Attualmente è stato depositato il progetto relativo al secondo stralcio del valore di un milione e 650mila euro, mentre il primo (in via di conclusione) è costato un milione e mezzo di euro, finanziati dall’Agenzia regionale per la ricostruzione. Ad accompagnare il sindaco Bergamini ed il funzionario della Sovrintendenza, Pivari, è stato il direttore dei lavori, l’architetto Matteo Casari: «L’intervento in fase di completamento ha riguardato la ricostruzione della parte crollata del cimitero, ma anche il consolidamento delle altre strutture. Ora stiamo predisponendo la rintonacatura e la tinteggiatura della parte interna delle volte (e la visita della Sovrintendenza è stata indirizzata anche a verificare questa parte dei lavori; ndr) assieme ad altre opere a terra». Per fare un esempio, la pavimentazione, che sarà ricostruita in maniera fedele rispetto a quella originale e della quale si trovano ancora porzioni integre all’interno dell’emiciclo del cimitero. Presente all’incontro anche l’ingegnere Enrico D’Arma di Alchimia. Un laboratorio di restauri che è stato impegnato anche nel recupero del Duomo di Ferrara e di Palazzo Gulinelli. Con la seconda tranche dei lavori, progettata dall’architetto Laila Filippi, sarà interessata la parte monumentale nel lato dell’ingresso di viale Borgatti. «Durante l’ultima ricorrenza dei morti – avvertono i tecnici – è stato doloroso dover dire ai parenti dei defunti che non potevano recarsi in visita sulle tombe in questa parte del cimitero, recintata per motivi di sicurezza, per via della presenza del cantiere. E’ stato predisposto un servizio per portare fiori e pensieri sulle lapidi irraggiungibili da parte del pubblico. Contiamo di restituire questa parte del cimitero alla comunità quanto prima».

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Provvedimenti per il “cratere”

Collegio del “cratere”

I parlamentari Ferraresi, Mantovani (M5S), Cestari e Golinelli (Lega) replicano ai sindaci Pd del cratere: «Siamo già al lavoro con le opposizioni, non faremo però decreti macedonia»

«Non facciamo decreti-macedonia, ma risponderemo con i fatti». Così i parlamentari del Movimento 5 Stelle Vittorio Ferraresi e Maria Laura Mantovani, assieme ai colleghi della Lega Emanuele Cestari e Guglielmo Golinelli, replicano alle accuse lanciate dai referenti del Pd dell’area del cratere.«Domandano d’inserire misure sulle scosse sismiche del 2012 nel provvedimento per l’emergenza nel Centro Italia discusso in Parlamento, ma il testo dev’essere omogeneo – spiegano i parlamentari del collegio di Modena e Ferrara – cioè deve contenere normative che si riferiscano al titolo».

Un segno di discontinuità rispetto agli ultimi esecutivi, in cui «erano proposti decreti-macedonia con aspetti tra loro molto diversi e che addirittura obbligavano le opposizioni a votare no per tutto anche quando erano contenuti aspetti positivi».

I parlamentari rifiutano categoricamente «l’assenza d’impegno» di cui sono stati tacciati dagli esponenti del Partito democratico. «Siamo già al lavoro, in collaborazione con le opposizioni, per inserire nuovi provvedimenti per il sisma entro la data utile di fine anno», assicurano gli onorevoli di M5S e Lega.

«Ci sarebbe piaciuto che, negli anni passati, i sindaci avessero dimostrato per i provvedimenti non adottati dal loro Governo la stessa veemenza con cui domandano oggi, appena all’inizio dell’esecutivo, qualcosa che avverrà – concludono i parlamentari – come dimostreremo con i fatti».

Fondazione Edmund Mach

Ogni tanto arrivano anche delle buone notizie dal mondo scientifico e una di queste è la stesura della Carta di San Michele all’Adige, redatta dalla Fondazione Edmund Mach/Istituto Agrario di San Michele all’Adige presieduta dal professor Andrea Segrè che si propone di salvaguardare la sopravvivenza dell’ape da miele, questa nostra umile amica che da millenni ci vive accanto e che, tristemente e nel silenzio più o meno generale — ci sono cose ben più importanti di cui occuparsi, si sente ripetere — sta scomparendo. Il 12 giugno verrà appunto presentato e sottoscritto, nella sede della Fondazione Edmund Mach, questo appello molto importante che potrebbe segnare davvero una svolta nel campo della tutela della biodiversità delle sottospecie autoctone dell’ape da miele. Si continua a ripetere la famosa frase attribuita a Einstein sulla fine delle api e della nostra civiltà, ma sembra ormai più una battuta a effetto che non una realtà che ci riguarda da vicino.

Bisognerebbe cominciare a pensare che tutto il mondo vivente non è molto diverso da un castello di carte ma che la sua perfetta architettura si regge su fondamenta estremamente instabili: basta che una delle carte si sposti di un paio di millimetri perché il castello crolli rovinosamente al suolo. Nel castello che ci ospita, la carta della biodiversità è fondamentale. Difficile da credere per chi vive in città e ha come principale referente la realtà virtuale, ma basta avere una anche minima conoscenza naturalista, o semplicemente una sensibilità attenta a quello che ci circonda, per rendersi conto che la fine della biodiversità è davvero anche la nostra fine. Le specie calano, scompaiono e in questo scomparire, la categoria degli insetti è quella che fa meno rumore. In fondo tutti noi temiamo gli insetti o, nel migliore dei casi, li consideriamo una scocciatura.

Come saremmo felici se non ci fossero più le mosche, le zanzare, i ragni, le blatte, le vespe a importunarci! Il mondo sarebbe più salubre e pulito, pensiamo erroneamente, e per questo ci accaniamo con ogni tipo di veleno per eliminare tutto ciò che striscia, vola o zampetta. In realtà se non ci fossero questi insetti, la terra sarebbe praticamente invivibile perché sono proprio loro a tenere sotto controllo il proliferare incontrollato di tutto ciò che marcisce, di tutto ciò che eccede — tra questi, anche le popolazioni viventi tra cui gli esseri umani — perché la selezione è uno dei loro compiti, ed è forse per questo che la parte più arcaica di noi mantiene nei loro confronti un atteggiamento di diffidenza e di ripulsa. Ma la grande danza della vita e della morte non contempla il fair play. Si può morire per un incidente di macchina, per una malattia ma anche per una banalissima puntura di calabrone. Perché le api sono tanto in crisi? Certo, l’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici fanno la loro parte, ma non sono l’unica causa.

Anche gli anticrittogamici, creduti fino a poco fa innocui, stanno rivelandosi dannosi, come le molecole sempre più complesse degli agrofarmaci che agiscono in modo subdolo, ma non per questo meno devastante. Un’altra causa importante della crisi è l’estinzione delle api selvatiche, che per millenni sono state ibridate con le colonie allevate dagli apicultori, impedendo loro di riprodursi liberamente in natura. Le api infatti praticano la poliandria: la regina esce un’unica volta dall’alveare e si accoppia con il maggior numero di fuchi possibile per garantire una grande varietà genetica a tutte le figlie che nasceranno. La sparizione delle api selvatiche è stata provocata dall’irrompere, negli anni Settanta, della varroa destructor, un acaro arrivato dall’Asia che la nostra specie non è in grado di combattere. Le api allevate in casa vengono curate regolarmente dagli apicultori, ma non quelle libere e questa è la ragione della brevissima durata delle loro colonie. A questi problemi si aggiunge quello dell’apicultura nomade, con le arnie che vengono spostate lungo il Paese inseguendo le varie fioriture, e la selezione di ibridi commerciali, incrociati spesso con diverse sottospecie non europee, che alterano il patrimonio genetico delle popolazioni autoctone. Per non parlare dell’ottenimento di regine tramite la tecnica del «traslargo», che permette di creare un gran numero di regine dall’identico patrimonio genetico.

In tutto ciò, l’Unione europea non ha ancora creato una tutela delle sottospecie autoctone — in Italia, ad esempio, abbiamo la ligustica, la carnica e la sicula — limitandosi a proteggere soltanto la specie. Di tutto questo — e di molto altro — parla quest’importante appello/documento che spero riceva il giusto ascolto da parte delle istituzioni e che venga sottoscritto da un numero sempre più alto di persone. Voglio ricordare, per finire, che l’ape mellifera ligustica — insieme alla carnica, ancora più docile e produttiva — viene considerata la migliore del mondo. Una realtà bella e importante, dunque, legata al nostro Paese e alla grande passione e dedizione dei nostri apicultori. Sapremo conservarla? Oppure come molte volte è successo a molte altre eccellenze italiane dovremo presto usare il verbo al passato: l’ape ligustica era un orgoglio italiano? Il grido d’appello contenuto in questa Carta di San Michele all’Adige dovrebbe essere quindi preso in grande considerazione.

Fonte: Corriere della Sera

L’assiolo

È un piccolo rapace della lunghezza di una ventina di centimetri, difficile da avvistare durante il giorno. Ma nelle ore notturne sono in parecchi a sentirlo, stando alle telefonate giunte alla Polizia municipale di Modena, come riferisce un comunicato dell’Amministrazione comunale.

Alcuni modenesi, residenti in zone diverse della città, stanno passando notti insonni disturbati da quello che sembra il suono continuato di una strana sirena, come di “una sonda” e qualcuno ha anche chiesto l’intervento della Polizia municipale. L’ispettore in servizio notturno, per altro residente in una zona collinare, non ci ha messo molto a riconoscere il caratteristico canto che l’Assiolo emette soprattutto nelle stagione primaverile ed estiva per richiamare un’eventuale compagna. Il verso emesso ininterrottamente per ore è quasi sempre monosillabico e assomiglia a un “djü” o “chiù”, come sanno bene gli estimatori di Giovanni Pascoli che lo ricorda nella sua “L’assiuolo” in Myricae.

L’attività di canto dell’Assiolo comincia poco dopo il tramonto e finisce all’alba, proprio come lamentano i cittadini che hanno segnalato la presenza dell’incessante rumore; al sorgere del sole, il “gufetto”, tanto attivo di notte quando caccia insetti e topolini, solitamente scompare nella cavità di un albero.

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Stop pesticidi

Il 13 maggio sarà una intensa giornata, in cui ci saranno tre diverse marce accomunate dagli stessi obiettivi. Da Cison a Follina in provincia di Treviso, si muoverà la Marcia Stop Pesticidi; tra le vie di San Pietro in Cariano in provincia di Verona si svolgerà una manifestazione parallela; intorno al lago di Caldaro, in  provincia di Bolzano, sfilerà Stop Pestizides.
Le marce attraverseranno territori messi a dura prova dalle coltivazioni intensive di mele e di vitigni e dal conseguente uso della chimica di sintesi che inquina il suolo, l’acqua, l’aria determinando la scomparsa di molte specie, la perdita di biodiversità, la contaminazione delle falde idriche, il depauperamento del paesaggio avvilito dalla monocoltura.

“In alternativa a questo modello – affermano i promotori della Marcia Stop Pesticidi – sosteniamo esperienze agricole come l’agricoltura biologica,  i biodistretti e le filiere corte, che in questi anni hanno dimostrato di saper coniugare il rispetto per la salute pubblica e l’ambiente, producendo alimenti sani e posti di lavoro, valorizzando la varietà dei prodotti locali e tutelando la salute pubblica.”

Se a mobilitarsi prima di tutto sono le popolazioni che vivono in queste aree, consapevoli di essere fortemente esposte ai pesticidi rischiando la salute, le adesioni arrivano da ogni parte d’Italia: da gruppi di cittadini, da associazioni e comitati.

“Le tre marce del 13 maggio – dicono i promotori della Marcia Stop Pesticidi –  sono accomunate dal fatto di avere gli stessi obiettivi, di lanciare lo stesso appello. E se lo scorso anno alla nostra marcia hanno aderito più di 120 associazioni attive a livello locale, regionale e anche nazionale, quest’anno contiamo di fare anche meglio visto che al momento – e mancano ancora parecchi giorni al 13 maggio – abbiamo già raccolto complessivamente più di 100 adesioni. Tra queste ci sono quella del Comune di Feltre e il patrocinio del Comune di Revine Lago:  speriamo che si aggiungano altri Comuni sensibili a questi temi”.

L’appello che gli organizzatori delle marce rivolgono alla Commissione europea è di rivedere la recente autorizzazione concessa all’uso del glifosato per altri 5 anni; riformare la procedura con cui viene approvato l’impiego dei pesticidi; fissare alcuni obiettivi obbligatori di riduzione delle sostanze chimiche di sintesi nei campi.

“A governo, Regione e Comuni chiediamo – aggiungono i promotori della marcia – di applicare il principio di precauzione vietando l’utilizzo dei pesticidi, attivando controlli e sanzioni idonee, proibendo definitivamente le sostanze sottoposte a deroghe. Ma anche di potenziare gli strumenti di controllo e salvaguardia del territorio per evitare sbancamenti, deturpazione del paesaggio, possibili discariche abusive e cambiamenti delle destinazioni d’uso; di disincentivare le produzioni agricole industriali e le monocolture; di favorire e finanziare l’agricoltura biologica e la costituzione di biodistretti, nel rispetto della biodiversità e delle tipicità tradizionali locali”.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/il-13-maggio-tutti-in-marcia-per-dire-stop-pesticidi

No all’ampliamento della discarica

I consiglieri regionali Alan Fabbri e Stefano Bargi della Lega nord dicono no all’ampliamento della discarica di Finale Emilia e chiedono al governo regionale, con una risoluzione, di “dare seguito alla volontà del consiglio comunale di Finale che ha espresso parere contrario al progetto”. Lo rende noto un comunicato dell’Assemblea legislativa.

L’area interessata al progetto, spiegano i due leghisti, “non è idonea a ospitare impianti di smaltimento rifiuti in quanto zona esondabile e a elevata criticità idraulica, oltre che a elevato rischio sismico”. Per i due consiglieri, che si richiamano al piano regionale di gestione dei rifiuti, “è invece necessario ridurre in maniera sostanziale la produzione dei rifiuti e massimizzare il recupero di quelli prodotti, per minimizzare il ricorso allo smaltimento a partire dal conferimento in discarica”.

https://www.sulpanaro.net/2018/05/finale-fabbri-bargi-ln-no-allampliamento-della-discarica/

Conferenza al 2000

«5000 Km in bici, inseguendo la plastica nel Pacifico». Un’impresa “nell’impresa”, insomma, quella che verrà presentata sabato 28 aprile (ore 17,30) alla sala 2000, nel contesto degli incontri di “Beati chi?” e che ben si collega all’attualità, a pochi giorni dalla giornata mondiale della Terra. Giornata servita anche quest’anno per fare tristemente il punto sullo sfruttamento indiscriminato del pianeta, ma anche sull’emergenza dovuta alla quantità di plastica che sommerge ormai la Terra. In particolare, nei mari, dove i polimeri finiscono per infestare la flora e la fauna marina, entrando prepotentemente anche nella catena alimentare dell’uomo. “Beati chi?”, l’evento promosso dalla parrocchia Natività di Maria, con il patrocinio del Comune, continua a dare voce agli ultimi ed a coloro che generalmente sono lontani dal riflettori, pur compiendo imprese straordinarie. La storia del biologo marino Dario Nardi è a metà tra il documento di denuncia agli abusi compiuti sul pianeta e il viaggio avventuroso. Con la sua bici di bambù (realizzata appositamente per rimarcare il problema della plastica) ha percorso in sei mesi circa 5mila chilometri, andando dalle coste marocchine, a quelle messicane, passando per Panama, il Nicaragua e le coste australiane. Il motivo della scelta dell’itinerario è chiaro: «l’oceano Pacifico – rivela Nardi – è sicuramente il più colpito dall’inquinamento plastico e le motivazioni sono logiche se pensiamo alla geografia dei Paesi che vi si affacciano, fra cui i due più inquinanti: gli Stati Uniti e la Cina. Sempre qui si concentrano i due vortici peggiori di plastica riscontrati nelle acque del pianeta, per via delle correnti». Non sta meglio il Mediterraneo, secondo il biologo ferrarese, che è uno dei mari più inquinati per via del fatto che non vi è la speranza che le correnti allontanino gli inquinanti, avendo come unico sbocco Gibilterra. Nardi è rientrato a gennaio dal suo viaggio e sarà a Bondeno, sabato pomeriggio, per un confronto e un’analisi di quello che è possibile fare, per salvare il pianeta. Un tema, ricordano gli organizzatori, già cominciato con “Beati chi?”, che ha ospitato don Albino Bizzotto, intervenuto sul tema dello sfruttamento del territorio e sulla cementificazione selvaggia.

beati chi 28 aprile WEB