L’aeroscalo di Ferrara

DIRIGIBILE V1, CITTÀ DI JESI
Dirigibile semirigido (Verduzio o Veloce) progetto del capitano del genio Rodolfo Verduzio. Aveva una lunghezza di 88 metri con una cubatura di circa 15.000 me. e montava quattro motori Mybach da permettevano di raggiungere una velocità di 85 Km/h. Era dotato di una innovativa sistemazione collegata direttamente alla travatura di sostegno dell’involucro e di un nuovo tipo di piani di >teva trasportare un carico utile di 800 Kg ad una quota di 2.000 metri, con una autonomia di cinque ore.

La missione del Città di Jesi, 5- 6 agosto 1915
Tutto era pronto per la notte del 4 di agosto ma nel tardo pomeriggio Ferrara fu investita da un violento temporale che causò danni alle strutture ed alle attrezzature dell’aeroscalo. Il perdurare del maltempo anche nella notte costrinse poi il comandante Bruno Brivonesi a rimandare l’azione.
Nella serata del 5 agosto le condizioni atmosferiche migliorarono ed era ormai buio quando gli enormi portelli dell’hangar si aprirono sotto il cielo stellato di Ferrara mentre il dirigibile iniziava la manovra d’uscita assistito da due file di marinai. Una volta all’aperto il comandante effettuò tutti i controlli della strumentazione di bordo ed alle ore 21.00, accompagnato dal saluto dei marinai dell’aeroscalo, il Città di Jesi si alzò in volo. Bruno Brivonesi nel suo libro ‘Verso Mauthausen – il dramma del Città di Jesi” racconta: “Alle ore 22.00 ero su Codigoro: uscivo quin-di subito sul mare, navigando sempre verso est guidato dalla bussola. L’aeronave nella notte plenilunare filava veloce verso il suo ed il nostro destino”. Erano le prime missioni di guerra dei dirigibili e sempre Brivonesi così descrive lo stato d’animo dei suoi uomini: “A bordo regnava uno stato sereno ma eccitato e c’era un sapore di avventura che affascinava tutto l’equipaggio. ”
In vista della costa dell’lstria vennero svuotati i serbatoi di zavorra e gettati a mare i sacchi di sabbia sistemati nella navicella, per permettere all’aeronave di far quota. Si era ormai in vista del porto di Pola e delle sue sentinelle, le isole Brioni. Un vento contrario di circa venti chilometri orari fece rallentare l’andatura dell’aeronave che ormai si era stabilizzata ad un’altitudine di 2500 metri, con tendenza a salire. Brivonesi assunto il comando dei timoni diresse all’attacco.
Ogni membro dell’equipaggio raggiunse il proprio posto di combattimento, erano le 23.40. A circa tre chilometri di distanza dalla costa ed a un’altitudine di 2700 metri il fascio di luce di un riflettore investì l’aeronave prima scivolando lungo l’involucro da prua a poppa, poi inquadrandola stabilmente. In poco tempo i fasci di altri proiettori si concentrarono sull’aeronave che continuava la navigazione in un mare di luce, e fu allora che iniziò il fuoco delle artiglierie. La luce accecante, riflessa anche dall’involucro color alluminio, e l’intenso fuoco contraereo impedivano ormai di guidare la navigazione utilizzando dei riferimenti a terra ma, individuata comunque la presenza di numerose opere militari, si pensò che il lancio delle bombe avrebbe avuto ugualmente molte probabilità di riuscire efficace. Intanto un proiettile incendiario penetrò nella gualdrappa del dirigibile, fortunatamente senza provocare incendi alla struttura.
Appena il comandante pensò di essere giunto sopra la terraferma diede ordine di lanciare le bombe e il tenente di vascello De Courten lo fece eseguire, intervallando le salve a colpi di fischio. Conclusa l’operazione l’aeronave iniziò lentamente l’accostata per allontanarsi da Pola che sembrava un vulcano in eruzione, e tornare sul mare aperto. Il Città di Jesi iniziò però ad inclinarsi senza che fosse possibile ripristinarne l’assetto. Terminata l’inversione di rotta l’inclinazione dell’aeronave era talmente accentuata da risultare fuori scala negli strumenti di bordo. Sicuramente doveva essere stata colpita a poppa con conseguente fuoriuscita di gas dagli scompartimenti poppieri. Il tenente di vascello Valerio informò il comandante che l’aeronave, dopo il lancio delle bombe, era salita sino a tremila metri di quota, ma che ora stava iniziando a perdere velocemente quota. Brivonesi constatò che anche il timone verticale era danneggiato cosa che impediva di mantenere la rotta. Si tentò ancora di salvare l’aeronave alleggerendola al massimo, poi Brivonesi ordinò di fermare i motori divenuti ormai inutili. In quel momento cessò il fuoco delle batterie antiaeree. Il nemico era ormai consapevole che il destino dell’aeronave era segnato, e si limitò cosi ad inquadrare il Città di Jesi con i proiettori nella sua rapida discesa. Il comandante, per salvare l’equipaggio, ordinò al personale di bordo di salire nella camera ricavata all’interno della trave di chiglia, pochi istanti prima che l’aeronave urtasse violentemente la superficie del mare, con la conseguente distruzione della navicella. La caduta dai tremila metri di quota durò meno di sette minuti. Per accelerarne l’affondamento con una roncola dal lungo manico venne squarciato in più punti l’involucro mentre la bandiera fu zavorrata e gettata in mare. L’aeronave sprofondava sempre più e l’equipaggio cercava di tenersi a galla aggrappandosi ai suoi resti. Ben presto arrivò sul posto una torpediniera nemica che mise in mare una imbarcazione per recuperare i naufraghi. Ridotti in condizioni pietose furono accolti benevolmente a bordo e subito dopo trasbordati su un grosso motoscafo che si diresse verso Pola. Da quel momento iniziò il calvario della prigionia che portò l’equipaggio del Città di Jesi a Mauthausen.  

Pico Deodato Cavalieri
Nasce a Ferrara il 10 novembre 1873 e fin da giovane mostra interesse per la vita militare, per gli sport equestri, per la scherma e la ginnastica, fondando a Ferrara l’associazione dei Boys Scout.
Nel suo palazzo realizza un laboratorio di chimica, un laboratorio di fotografia, ed un laboratorio di polizia scienti-fica, per la quale materia, egli manifestò un grande interesse fino a diventarne un apprezzato studioso, ed autore di importanti testi.
Prende parte alle grandi manovre del 1903, come ufficiale presso il reggimento di cavalleria di Vicenza, ed a quel-le del 1906,1909,1910, come ufficiale di ordinanza del generale Sartirana.
Nell’ottobre del 1911 parte volontario per la guerra dì Libia, quale ufficiale di ordinanza del generale Capello e viene decorato con la medaglia d’argento.
Il 26 giugno 1913 è promosso capitano di milizia territoriale nell’arma di cavalleria con decreto del re d’Italia. Si arruola volontario allo scoppio della Grande Guerra e viene assegnato al reggimento “Lancieri di Aosta”. Rinuncia ad un posto di capitano automobilista nelle retrovie e subito si distingue in alcune ardite operazioni come quella in cui comandò un plotone del battaglione Squadriglia Aviatori che sotto il fuoco nemico penetrò nei cantieri navali di Monfalcone per recuperare prezioso materiale tecnico per il campo di Aviano e della Comina. Per questa azione, il 18 settembre 1915 riceve un Encomio solenne con la seguente motivazione: “…in una delle località maggiormente battute dal fuoco nemico, I militari del battaglione squadriglia aviatori condotti dal capitano Cavalieri Deodato Pico nonostante l’intenso fuoco d’artiglieria avversario, riuscivano a penetrare in un magazzino ed ha mettere in salvo grandi quantità di importanti materiali. Questo comando nel tributare caloroso encomio a detti militari segnala il loro nome a tutti i dipendenti reparti e perché l’opera loro sia sempre d’esemplo a tutti e sprone a compiere con crescente fede ed ardire il proprio dovere col luminoso miraggio della gloria e della grandezza del Re e della Patria”.
Come molti ufficiali di cavalleria entra nell’arma dell’aeronautica, dapprima come osservatore e mitragliere sui Caproni, poi come pilota, ottenendo nel 1916 due brevetti per pilotare aerei Farman e Caproni. Partecipa a 63 missioni aeree, abbattendo un aereo austriaco e prende parte ai principali raid di bombardamento in territorio nemico, distinguendosi nell’azione contro il silurificio e la fabbrica di torpedini e sottomarini Whitehead a Fiume il 2 I agosto del 1916.
Dall’agosto all’ottobre del 1915 diventa il comandante del campo dell’aviazione militare di Aviano ed ottiene anche altri incarichi di comando presso il campo di aviazione della Comina. •
Viene decorato con una seconda medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Osservatore d’aeroplano, durante un anno di guerra assolse tutti i mandati affidatigli, affrontando spesso violento fuoco di artiglieria,e avverse condizioni atmosferiche a basse quote. Comandante di bordo, trasfuse nell’equipaggio il suo alto sentimento del dovere, la sua audacia, la sua abnegazione, vincendo in alcune circostanze difficoltà non superate da altri. Calmo sicuro di sé, respinse apparecchi nemici, abbattendone uno durante un ‘incursione nelle alte valli di Noi e di Campomulo, e si segnalò particolarmente per l’efficacia del suo bombardamento nell’azione del silurificio di Fiume”. (Trentino – Carsia Giulia – agosto 1915, agosto 1916).
L’ultimo atto della sua avventurosa esistenza il cui motto recita “in alto nella vita in alto nella morte si ha nel pomeriggio di venerdì 4 gennaio 1917, quando partendo dal campo di volo di Sesto Calende, mentre coll’ idrovolante presso Arona sul Lago Maggiore assieme all’amico e pilota Mario Reynold, precipita per un guasto meccanico e perde la vita nelle acque del lago.
il suo funerale fu solenne e venne sepolto nel cimitero ebraico di Ferrara., donò al Comune di Ferrara il palazzo di Corso Giovecca perché diventasse museo del Risorgimento; in seguito, e lo è tuttora, viene utilizzato come sede delle associazioni combattentistiche col nome di “Casa della Patria – Pico Cavalieri’.

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